Ben (ri)trovate/i.
V'incollo qui sotto i link che collegano ad alcuni miei pezzi pubblicati il mese scorso: il primo pubblicato sul sito dell'Osservatorio Repressione https://www.osservatoriorepressione.info/; il secondo e il terzo dalla rivista online Ahida https://www.ahidaonline.com/ (anche in lingua inglese grazie alla traduzione di Serena Duchi, una mia lettrice di Melbourne); gli altri cinque dalla webzine In Your Eyes ezine https://www.iyezine.com/:
https://www.osservatoriorepressione.info/genova-per-noi-2/
https://www.ahidaonline.com/post/selfie-da-zemrudeaquarantanoveannisi%C3%A8vecchiinutili
https://www.ahidaonline.com/post/selfie-da-zemrudequandojonathanswifturin%C3%B2sulpotere
https://www.iyezine.com/la-lezione-della-storia-di-carlo-cassola
https://www.iyezine.com/vogliamo-tutto-di-nanni-balestrini
https://www.iyezine.com/angelicamente-anarchico
https://www.iyezine.com/il-contrario-di-uno-di-erri-de-luca
https://www.iyezine.com/baol-di-stefano-benni
Nostra bambina delle lacrime – l'opera dell'amico Pino Bertelli, che troverete in calce a questa newsletter – è il ritratto fotografico di un’orfana del Burkina Faso (i genitori erano morti per fame, sete e malaria, in un posto dove il chinino costava un dollaro), che rifiutava di cantare la messa in una chiesa nel deserto.
Eccovi le parole di Bertelli che ci raccontano qualcosa di questa foto: [...] forse [la bambina] era stonata!, pensavo!… forse le piaceva cantare sola e non in coro!… Teneva nelle mani un po’ di caramelle che le avevano “gettato” dal pullman alcuni “fedeli” e che non mangiava… stava schiacciata dietro il muro della chiesa… sul rosso del tramonto e un cane rognoso le leccava le croste dei “ginocchi”. Le ho parlato in toscano stretto e lei mi ha risposto qualche cosa in swahili… ci siamo compresi subito… e ci siamo allontanati dall’odore dell’incenso. Le chiese quando sono gremite di persone dabbene che pregano la salvezza dell’umanità in cambio del paradiso per loro anime morte… possono fare paura (proprio come le sedi dei partiti e la corda del boia di Londra) … così le ho dato un sorso d’acqua del pozzo con le mani, le ho accarezzato i capelli sporchi di polvere e fango, ho alzato la fotocamera verso la sua perduta infanzia e due lente lacrime le hanno rigato il viso di bellezza… poi mi ha abbracciato e regalato una caramella… di quelle alla menta… ho acceso il sigaro all’anice, l’ho presa in braccio e all’ombra di un cespuglio di acacia le ho intonato malamente “Bellaciao”… le ho detto (sempre in dialetto toscano) che mia madre mi cantava questa canzone per farmi addormentare… si è messa a ridere… mi ha tirato un po’ la barba ed è scappata con il cane verso la savana… là dove finisce il deserto e comincia il cielo… si chiamava Alma… forse un giorno la ritroverò da qualche parte (o solo in sogno) che grida: “l’amore, come la libertà, non si concede, ci si prende!".
Ed eccoci al quarto appuntamento con la rubrica Come scrivevamo, uno spazio che prova a mettere in risalto qual era la potenza di alcune opere risalenti a più di cento, duecento, trecento, quattrocento anni fa, oltre alla lucidità e al coraggio degli autori. Potenza, lucidità e coraggio che troppo spesso non si riscontrano sulle pagine di quei diligentissimi autori prodotti dalle sempre più imprescindibili Scuole di scrittura, che pare abbiano una corsia preferenziale per essere pubblicati dall'attuale mondo dell'Editoria e che, sempre più numerosi, invadono le librerie anestetizzando i lettori anziché stimolarli. Data l'energia, la forza, le idee che da sempre un testo è capace di trasmettere al lettore, mi domando se riempire le pagine di parole con l'unico scopo di venderle, non sia un modo elegante di questa democratica società per "bruciare" quei libri che per millenni son stati palesemente dati alle fiamme da coloro che in quei tomi vedevano una minaccia al mantenimento del proprio potere.
Come scrivevamo
Il misantropo
di Molière
Il misantropo, commedia rappresentata per la prima volta nel 1666, ridicolizza le convenzioni e l’ipocrisia degli aristocratici francesi dell'epoca e rinuncia alla comicità della maggior parte delle opere teatrali di Molière.
Potrete leggere passaggi come questi:
Avreste già dovuto morire di vergogna; un atto come il vostro non merita perdono, fa inorridire affatto ogni uomo d’onore. Io vi vedo colmare un uomo di carezze, testimoniargli ancora un infinito affetto; con mille attestazioni, giuramenti, promesse, esaltate il furore delle vostre espansioni; e quando vi domando chi è mai quella persona appena mi potete dire come si chiama; l’entusiasmo si spegne quando lo abbandonate e con me lo trattate con somma indifferenza. Questo è indegno, perbacco! è cosa vile, infame, abbassarsi a tal segno da tradir la sua fede; se avessi per disgrazia fatto la stessa cosa, andrei per il rimorso a impiccarmi all’istante.
Non posso sopportare le pavide maniere che ostenta la gran parte della gente alla moda; nulla v’è ch’io detesti come le contorsioni di quegli eccezionali inventori d’inchini, porgitori garbati di frivole carezze, cortesi dicitori d’inutili parole, che fanno ostentazione di civiltà con tutti e trattano ad un modo l’uomo serio e il melenso. Qual profitto si ha mai che un uomo vi festeggi, vi giuri fede, stima, zelo, affetto, amicizia, e componga di voi un elogio stupendo, quando al primo facchino dice le stesse cose? No, no, non c’è davvero anima un po’ per bene che consenta a una stima così prostituita; per gloria che ne abbiate, è un regalo da poco, se poi vi si confonde con l’universo intero. La stima ha fondamento su qualche preferenza e stimar tutti è come non stimare nessuno. No, se ai vizi del tempo così vi abbandonate, del mio mondo, perbacco! non farete mai parte. Io rifiuto di un cuore l’estrema compiacenza che al merito non pone differenze di sorta. Voglio mi si distingua; e parliamoci chiaro, non fa per me chi ama tutto il genere umano.
[...] dovremmo senza pietà punire colui che fa commercio d’una finta amicizia. Voglio che l’uomo sia uomo, che in ogni incontro nei discorsi egli mostri fino in fondo il suo cuore, e sia questo a parlare, e i nostri sentimenti non vengano nascosti da complimenti vani. […] In queste circostanze non risparmio nessuno. Quel che vedo m’offende, e la città e la corte non m’offrono che esempi da infiammarmi la bile. Mi prende l’umor nero e un profondo dolore quando vedo la gente comportarsi in tal modo. Io riscontro dovunque solo vili lusinghe, ingiustizia, interesse, scaltrezza, tradimento; non posso contenermi, mi adiro, e mi propongo di mandare all’inferno tutto il genere umano.
[…] odio gli uomini tutti: gli uni perché malvagi e di cattive azioni; gli altri perché ai malvagi mostrano compiacenza, e non hanno per essi quell’odio vigoroso che il male deve sempre destare negli onesti.
Accidenti! è davvero un insulto mortale vedere che col male si osservano riguardi, e talvolta mi prende sùbita tentazione di fuggir nel deserto ogni contatto umano.
Dàmone parla in maniera strana; possiede in sommo grado l’arte di far discorsi senza dire mai nulla; in tutto quel che dice trovi soltanto il vuoto, e quello che si ascolta è rumore e nient’altro.
Timante è dalla testa ai piedi un uomo da scoprire; quando passa, vi guarda con occhi stralunati, e senza aver faccende è sempre affaccendato. Vi fa dichiarazioni piene di smancerie, ed a forza di smorfie opprime tutti quanti; ha sempre, in confidenza, per rompere un colloquio, un segreto da dirvi, che però non esiste; d’ogni piccola cosa dice gran meraviglie, e perfino il buongiorno sussurra in un orecchio.
Belisa, che donna limitata e che miseri dialoghi! Quando viene a trovarmi, è una pena d’inferno, sudo sette camicie per trovar le parole; e sono tanto sterili le espressioni che usa, che fan morir di colpo ogni conversazione. Invano per spezzare il suo sciocco silenzio, tu chiami in tuo soccorso tutti i luoghi comuni: il bel tempo e la pioggia, e ancora il caldo e il freddo, con lei sono un bagaglio che si esaurisce presto. La sua visita, intanto, che pure è insopportabile si prolunga in misura per me terrificante, e puoi chiedere l’ora, fare venti sbadigli, che lei fa tante grinze quanto un pezzo di legno.
Dàmide vuol essere troppo spiritoso, e fa rabbia; si mette sempre in mostra, e in tutto quel che dice si vede che s’ingegna di trovar la battuta. Da quando si è fissato d’essere una gran cima, è di gusti preziosi, non gli va bene niente; in quello che si scrive non vede che difetti, e pensa che lodare non è da raffinati, che trovar da ridire è cosa da sapienti, che appartiene agli sciocchi ridere ed ammirare, e che non approvando l’arte del nostro tempo egli infine si mette al disopra degli altri. Anche sul conversare ha da obiettar qualcosa: gli argomenti son troppo bassi perché si degni, ed a braccia conserte, dall’alto del suo ingegno, tiene in grande disdegno quel che la gente dice.
Non sarà mai che approvi le opinioni degli altri, fa proprio in ogni caso il sentimento opposto; si sentirebbe un uomo di lega assai comune qualora si scoprisse d’accordo con qualcuno. L’onor di contraddire lo affascina a tal punto che spesso polemizza perfino con se stesso, e decide di opporsi ai propri sentimenti se li sente affermati dalla bocca di un altro.
Nell’intimo è mondana; sua cura è far di tutto per acchiappare un uomo senza venirne a capo. Lei non può che vedere con gli occhi dell’invidia tutti quei pretendenti che a un’altra fan corona […]. Tenta di ricoprire con veli da bigotta l’orrenda solitudine che in essa s’indovina, e per salvar l’onore degli scarsi attributi chiama peccaminoso il poter che non hanno. Un uomo tuttavia le piacerebbe assai […].
Lei sembra, quando prega, scrupolosa all’eccesso, ma usa la violenza coi servi e non li paga. In tutti i luoghi sacri dimostra gran fervore ma si ritocca il viso e vuol sembrare bella. Ricopre con un velo le nudità nei quadri, ma le piace guardarle se i corpi sono veri.
[…] bisogna osservare se stessi molto a lungo prima di porre mente a condannare il prossimo; che ci vuole il prestigio di una vita esemplare se si vuol deplorare la condotta degli altri.
Esiste una stagione per la galanteria, e ce n’è un’altra adatta alla moralità. Si apprezza la seconda, per politica scelta, quando dei verdi anni lo smalto s’è offuscato: ciò serve ad occultare incresciosi malanni. […] sui vent’anni, si sa, non è il momento per essere bigotta.
Il Cielo non mi ha fatto, quando mi ha messo al mondo, un’anima capace di avvezzarsi alla corte. […] Esser franco e sincero, è questo il mio talento; io non posso, parlando, ingannare la gente, e colui che non sa nasconder ciò che pensa deve in questo paese trovar breve dimora.
Si procede per brogli e per puro interesse; solamente la frode oggigiorno ha la meglio, e gli uomini dovrebbero essere assai diversi.
In calce a questa newsletter troverete la copertina di quello che si potrebbe definire "libro del mese", quella del disco che mi ha fatto da colonna sonora durante il febbraio appena trascorso – WadiruM degli Studio Murena, un gruppo jazz-rap nato a Milano nel 2018 – e l'opera citata sopra, del fotografo Pino Bertelli.
Come faccio da quasi tre anni a questa parte, proseguo con l'indicarvi dischi, libri – Il misantropo, di cui sopra, è fra questi –, film, fumetti, programmi TV, quadri, fotografie, opere teatrali, proverbi, serie televisive e altro che, dal 1969 a oggi, mi hanno segnato in qualche modo, hanno “nutrito” me e quindi i miei scritti.
Proverbio africano: Se il tuo unico strumento è un martello, vedrai ogni problema come un chiodo.
Disco: Rumours – Fleetwood Mac
Brano: Mon ami – Studio Murena https://youtu.be/SEnPZVTA3cY?si=o7N763cNZDZVDsle
Teatro: Colpi di timone di Gilberto Govi – https://it.wikipedia.org/wiki/Colpi_di_timone
Questi fantasmi! di Eduardo De Filippo – https://it.wikipedia.org/wiki/Questi_fantasmi!
Napoli milionaria di Eduardo De Filippo – https://it.wikipedia.org/wiki/Napoli_milionaria!
Mistero buffo di Dario Fo – https://it.wikipedia.org/wiki/Mistero_buffo
Morte accidentale di un anarchico di Dario Fo – https://it.wikipedia.org/wiki/Morte_accidentale_di_un_anarchico
Anni affollati di Giorgio Gaber – https://archivio.giorgiogaber.it/risorsa/44
Grazie per la vostra attenzione.
Alla prossima newsletter.
P.S.: bisognerebbe osservare se stessi molto a lungo, prima di pensare di condannare il prossimo, e occorrerebbe una vita esemplare, prima di deplorare la condotta altrui: siamo così certi di poter procedere? |