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Indispensabile


SAGGIO (2019)
Tipografia Helvetica

Prefazione di Goffredo Fofi

Oggi nell’editoria abbondano i manuali di saggezza scritti da guru che ci dicono cosa bisognerebbe fare perché il mondo non vada in malora. O meglio «In puzza», come si diceva a Roma al tempo del Belli. Ci viene abbondantemente spiegato cosa fare per vivere meglio: andare in bicicletta invece che in automobile, mangiare carciofi invece di bistecche. Sono vegetariano da più di mezzo secolo, non ho l’automobile e tanto meno una patente, eppure questi facili consigli mi irritano, anche se vengono, diciamo, da chi la pensa come me. Li scrivono, da noi, dei sessantottini indefessi che non hanno sopportato di dover abbandonare uno spazio pubblici beoti). Altri vecchi maestri (e penso al pastore tedesco Dietrich Bonhoeffer, fatto impiccare da Hitler o al nostro ironico Vitaliano Brancati) ci misero davanti, al contrario, al “problema degli stupidi” prodotti da una società acculturata, ma manipolati dalle propagande, dall’arte della pubblicità detta anche ipocritamente, in tempi recenti, della Comunicazione. Chi sono gli stupidi per Bonhoeffer o Brancati e per altri che hanno ben visto il problema e hanno saputo collegarlo alla ribellione delle masse sotto dittatura o in democrazia? Gli stupidi sono coloro convinti di pensare con la propria testa mentre invece «Sono pensati e fatti pensare» a comando. Bonhoeffer e Brancati scrivevano, il primo dieci anni dopo l’avvento del nazismo, il secondo vent’anni dopo quello del fascismo. Il teologo di Tubinga non fece in tempo a vedere la fine di quegli anni mentre Brancati scrisse dopo la fine di una guerra mondiale che fece sessanta milioni di morti, per la maggior parte civili. Fu una carneficina anche di persone che vennero punite per la loro stupidità, non c’è di che rallegrarsene: essi fecero questa fine perché manipolati e non in grado di pensare con la propria testa. Secondo Bonhoeffer, almeno in parte, siamo tutti stupidi per quieto vivere e per pubblico, di predicare e incitare; li scrivono vecchi professori universitari di filosofia, di sociologia, di letteratura, e di qualsiasi altro ramo di un sapere che si è dimostrato del tutto inerte di fronte alle mutazioni della società, con la sola eccezione di chi davvero ha saputo seguire il corso del tempo e delle sue novità, contrapponendosi al dominio imperante. Ad ammonirci e consigliarci sono anche giornalisti e lettori ipocriti che si fingono preoccupati dello stato delle cose e però ci marciano. Sono i bravi cacciatori di best seller che amano comparire in televisione o, a turno, sulle passerelle di quei festival letterari che sono passati in pochi lustri da due o tre a centinaia e dove la cultura appare nella sua dominante veste di un generico intrattenimento, che serve d’aiuto al non-pensiero piuttosto che al pensiero; perché riflettere su cosa è oggi il mondo e qual è la nostra vile condizione può far star male, anche molto. Eppure di manuali di saggezza si continua ad avere bisogno, purché a scriverli siano appunto dei saggi e non dei saccenti. Certi vecchi maestri ci incitarono a distinguere tra i “saggi” (coloro che sanno per esperienza di vita e di pensiero), i “sapienti” (coloro che hanno molto studiato) e i “saccenti” (coloro che fingono la saggezza, avendo orecchiato dai primi e dai secondi e le sparano facili a pigrizia, mentalmente e moralmente stupidi. Disprezzare gli stupidi è disprezzare noi stessi; diamoci piuttosto da fare per essere meno stupidi noi e a guardare gli stupidi come a vittime, alla cui emancipazione e liberazione dover contribuire. Sono tanti i saggi o i sapienti che hanno cercato di metterci in guardia aiutandoci a pensare: a saper guardare alle cose del mondo, a stabilire i collegamenti, i rapporti tra cause ed effetti e a imparare dall’esperienza. I più intelligenti e coraggiosi dovrebbero portare questi insegnamenti nella nostra vita quotidiana e nella Storia. Di alcuni Marco Sommariva ha selezionato i brani più significativi tratti dalle loro opere e li ha antologizzati in ordine tematico. In base alla sua esperienza ha scelto i suoi autori, ed è certo che ogni lettore avvertito avrebbe proposto altri nomi. I saggi e i sapienti, per fortuna, non sono pochi tra coloro che hanno rifiutato di pensare ed esprimersi da sepolcri imbiancati. Alcune assenze sono in verità meno perdonabili di altre, perché questo è un libro declinato al maschile. Ne sono assenti le idee di alcune grandi autrici contemporanee: la Weil o la Arendt, o le italiane Morante e Ortese tra filosofia e poesia. Sommariva si muove all’interno di un fronte laico per mettere il lettore di fronte alla grande razionalità e alla concreta attendibilità delle opinioni raccolte. Il suo non vuole essere un manuale di saggezza che consoli o sconsoli il lettore nel suo intimo, sulle grandi irrisolte e irrisolvibili questioni di chi siamo, donde veniamo e dove andiamo, ma che lo spinga a confrontarsi con il che fare, su come agire in privato e in pubblico. Scopo di questa antologia sembra essere quello di sfidarci a paragonare il nostro presente, il mio qui e ora, con le riflessioni del qui e ora di altri a noi vicini. Le opinioni antologizzate sono l’espressione di una sana radicalità, non appaiono mai compromesse da un deficit di cultura e di morale come probabilmente accade a ciascuno di noi ipocriti lettori. Ipocrita perché meno avvertito e meno saggio o sapiente dei maestri che Sommariva ha chiamato a convegno. Ipocrita perché incerto allievo che sa di aver bisogno di forti maestri, ma che non sa applicarne le idee, da persuaso e non da retore, stante la vecchia e sempre valida distinzione del giovane Carlo Michelstaedter. Troviamo tra le sue scelte nomi ben noti che ci sono diversamente cari per le loro esperienze di vita e non solo per le loro idee. Essi hanno vissuto le grandi mutazioni del Novecento, dagli anni Trenta ai giorni nostri e hanno saputo leggerle e comprenderle, derivandone convinzioni con le quali è davvero Indispensabile confrontare le nostre, ben più fiacche e superficiali. Argomento per argomento Sommariva ha tratto da più testi le parti che ha giudicato più utili ai nostri presenti ragionamenti. Ci sono anche nomi meno noti tra quelli scelti da Sommariva; John Zerzan, per esempio, lo conoscevo solo di nome, mentre non avevo mai sentito nominare Hakim Bey. Gli sono gratissimo di averli fatti scoprire a me e ai suoi lettori. Ma, ripeto, altri avrebbe potuto aggiungervi da Jacques Ellul a Herbert Marcuse, Wright Mills o Dwight Macdonald e andando più indietro, tra i nostri, Gaetano Salvemini, Antonio Gramsci, Pietro Gobetti, rimanendo in area decisamente laica. I maestri veri non sono mai mancati, oggi è la pletora dei falsi maestri a preoccuparci: quella dei professori e dei guru nelle grandi macchine dell’università e in quelle variegate della comunicazione, esperte nella raffinatissima arte, parafrasando l’economista Piero Sraffa, della «Produzione di stupidi a mezzo di stupidi». Si potrebbe pubblicare un’altra antologia sul modello di questa, ma è il modello ad affascinarci, il metodo che sentiamo dietro le scelte, con i suoi tagli, con la messa in ordine, con le concatenazioni e le ordinate consequenzialità. È questo un metodo che indica percorsi ma anche obiettivi, prese d’atto e decisioni. Se si prendono onestamente alla lettera queste citazioni, se ci si rifiuta di considerarle un altro gioco intellettuale e professorale, se le si lascia depositare nella nostra mente, se ci si lascia davvero coinvolgere, la sapiente tela di citazioni tessuta da Sommariva ci può certamente aiutare a pensare e a collegare. Pensare, collegare erano un tempo delle capacità che appartenevano quasi naturalmente, si può dire, agli analfabeti meglio assai di quanto non appartengano oggi all’ambigua categoria degli intellettuali, laureati e diplomati, che, dentro le nostre società, si sono fatti maggioranza. Indispensabile è un libro che tiene fede al suo titolo, è un vademecum come quelli di un tempo, un manuale di saggezza che va controcorrente rispetto al tempo che viviamo, un antidoto necessario all’invasione della chiacchiera che si finge saggia o sapiente ed è solo saccente e che è, cosciente o meno di esserlo, servile. Confidiamo in altri piccoli e tematici manuali di saggezza, settoriali, specifici, ma altrettanto esigenti e altrettanto chiari nei loro propositi e nelle loro scelte. In passato ad antologizzare testi altrui erano a loro volta dei maestri e ci viene immediato considerare l’antologizzatore alla stregua degli antologizzati, nemico della stupidità contemporanea e fiducioso nella possibilità di raggiungere e ridestare nel lettore una più precisa coscienza del nostro stare al mondo e di come dovremmo starci. Di stimolare quelle prese di coscienza che forse non sono mai state tanto necessarie quanto oggi. Si tratta insomma di ascoltare coloro che hanno saputo ragionare più e meglio di noi e nel contempo di apprezzare chi si è prestato a fare, con modestia e saggezza, a tutto nostro vantaggio, da mediatore.
Goffredo Fofi



Prefazione di Paolo Di Stefano

«La libertà si riduce nello scegliere tra varie merci preconfezionate» si potrebbe partire da questa frase di Ivan Illich e risalire tra i tanti pensieri sul consumo che percorrono questo libro, antologia-crestomazia-florilegio, allestito da Marco Sommariva con orecchio quasi musicale, tenendo presenti le onde sonore, i motivi, le costanti e le variazioni sui temi. Nulla di più pertinente all’epoca che viviamo: i nostri desideri infiniti si esauriscono nel numero finito di oggetti che ci vengono propinati dal mercato. C’è un significativo filone “consumistico” che prende avvio dai primi anni Cinquanta, quando Theodor Adorno nei Minima moralia annotava: «Ogni programma deve essere seguito religiosamente, ogni best seller deve essere letto scrupolosamente, bisogna assistere avidamente a ogni film nei giorni della sua gloria nel cinema di prima visione». Siamo ingordi di prodotti (culturali nei casi migliori) che hanno l’aura del successo e così facendo contribuiamo inevitabilmente alla loro aura e al loro successo. Effetto domino. C’è poco da fare (e da obiettare), pochi occhi sono stati capaci di vedere in anticipo quel che sarebbe avvenuto in epoche discretamente lontane. È il dono della visionarietà: Orwell, Dick, Pasolini, Morante… Pensate alla visionarietà di Adorno che individua già nel suo mondo il pelago spaesante e indistinto che sarà quello della Rete e dei social: «La profusione illimitata di ciò che viene consumato senza criterio non può fare a meno di avere effetti nefasti. Essa rende impossibile orientarsi, e come nel negozio sterminato ci si guarda intorno in cerca di una guida, così la popolazione, assediata e presa in mezzo tra offerte contrastanti, non può fare a meno che aspettare la sua». Impossibile orientarsi. Il consumo preferisce l’indistinto, la quantità alla qualità; o meglio è la quantità a decretare la qualità, e se le due cose coincidono è secondario. D’altra parte, questo genere di libri è fatto perché ciascun lettore possa scegliere autonomamente la sua strada. Per esempio, si potrebbe partire dallo stesso Adorno per incamminarsi lungo l’accidentato sentiero del tempo: «Quando il tempo è denaro sembra morale…»; «Il tempo libero deve essere consumato e utilizzato fino in fondo…»; «Il trionfo del contachilometri che sale placa ritualmente l’angoscia del perseguimento», dove il contachilometri va inteso come metafora della velocità senza scopo che si estende al lavoro intellettuale privandolo di capacità di riflessione e dunque, in definitiva, annientandolo. Quasi vent’anni dopo (1967), La società dello spettacolo di Guy Debord coincide, essenzialmente, con la negazione del tempo: «Quando una società più complessa viene a prendere coscienza del tempo, il suo lavoro è piuttosto quello di negarlo, perché essa vede nel tempo non ciò che passa, ma ciò che ritorna». Dove il “ritorno” va inteso anche in accezione economica. E sono temi che fatalmente si incrociano. Passando, per esempio, attraverso un altro situazionista e anarchico come Raoul Vaneigem – una delle tre voci viventi con quelle di Hakim Bey e di John Zerzan – che, quasi a compendio di un lungo filone di pensiero eretico e libertario, proprio alla dimensione del tempo assegna un’importanza cruciale nel “saper vivere” oggi: in «Una società in cui il tempo riconosciuto è il tempo del consumo», «Bisogna imparare a rallentare il tempo, a vivere la passione permanente dell’esperienza immediata». Perché, aggiunge Vaneigem con un aforisma a dir poco abbagliante: «Nulla uccide con più sicurezza che accontentarsi della sopravvivenza». Note che risalgono a mezzo secolo fa e che, banalmente, sembrano scritte in anni, come i nostri, che hanno brutalmente rilanciato il grido della sopravvivenza non solo come status alienante delle società industrializzate ma, purtroppo, come obiettivo e quasi miraggio per milioni di persone in fuga dalle persecuzioni politiche e dalla povertà. Il 1984 sarebbe presto arrivato carico di tutta l’utopia negativa prefigurata da George Orwell, il quale nel suo romanzo poneva questioni terribili: «Riesci a vedere, ora, quale tipo di mondo stiamo creando? Un mondo di paura, di tradimenti e di torture, un mondo di gente che calpesta e di gente che è calpestata, un mondo che diventerà non meno, ma più spietato, man mano che si perfezionerà. Il progresso, nel nostro mondo, vorrà dire soltanto il progresso della sofferenza. Nel nostro mondo non vi saranno altri sentimenti che la paura, il furore, il trionfo, e l’automortificazione». È la visionarietà di Orwell quella che impressiona di più: l’inventore del Grande Fratello aveva annunciato l’avvento di una società dotata di un «Controllo a circuito chiuso, che si svilupperà nelle fabbriche, nelle carceri, nei locali pubblici, nei supermarket, nei condomini fortificati della borghesia affluente». Sono parole di Umberto Eco che introducono un’edizione italiana di 1984. Il quale Eco segnala come l’energia visionaria di Orwell abbia suggerito, in largo anticipo sui tempi, «La minaccia che il mondo intero si trasformi in un immenso Panopticon». Tra i suoi obiettivi satirici non ci sono solo il nazismo e il comunismo sovietico, ma anche la civiltà di massa borghese, quella che Pasolini avrebbe chiamato “nuovo fascismo omologante” o “totalitarismo massmediatico-consumista” e che oggi si è amplificata in potere dell’economia digitale e in controllo dell’informazione globale. Ne stiamo vivendo (e subendo) le perversioni neo-nazionaliste e populiste che richiedono nuove forme di resistenza. Secondo il filosofo radicale Hakim Bey, se «I tempi non paiono propizi per la militanza o la violenza», bisogna decisamente adottare la pirateria e il “disturbo immaginativo”. Ma ogni hacker troverà sempre il suo antivirus ad hoc: e poi nell’epoca delle fake news il sabotaggio ha un volto pericolosamente ambiguo. «Contrariamente alla pura semplice menzogna la disinformazione, e qui il concetto diventa interessante per i difensori della società dominante, deve fatalmente contenere una certa parte di verità, ma deliberatamente manipolata da un abile nemico. Insomma, la disinformazione sarebbe il cattivo uso della verità. Chi la diffonde è colpevole, e chi le crede, imbecille». Ancora una volta, Debord aveva visto parecchio lontano, se già nel 1988 avvertiva i pericoli di una informazione fuori controllo e soprattutto di una moltitudine pronta ad abboccare a ogni bufala. Dunque, si torna all’inizio: la mancanza di cultura favorisce i mostri illiberali e produce imbecilli che si illudono di essere liberi. Più che la pirateria, dunque, la cultura.
Paolo Di Stefano



Prefazione di Gianfranco Manfredi

Diffido degli aforismi. Sembrano illuminare, in una breve frase, spesso paradossale, una verità. Ma si tratta solo del luccichio ingannevole di una prosa brillante. A volte confermano, altre volte (con la stessa, suprema indifferenza) smentiscono dei radicati luoghi comuni. Quasi sempre la stessa frase girata al contrario ha lo stesso risultato: fa sorridere e pare si tratti del sorriso dell’intelligenza, ma che intelligenza è quella puramente confermativa: «Ah, sì, è vero»? Quelli riportati da Marco Sommariva in Indispensabile, però, non sono aforismi, sono profezie: «Se distruggiamo ogni piacere nel corso della vita, quale specie di futuro ci prepareremo? Se non si sa godere per il ritorno della primavera, come faremo a essere felici in un’utopia che ci risparmi il lavoro?» (George Orwell). La prosa è aspra, molto poco melodiosa. Non ci viene data una risposta, ci viene posta una domanda. Questa è la prosa delle profezie. Non ci viene da ridere quando leggiamo una frase così. Diffido anche delle citazioni esemplari. Quando da ragazzo preparavo la mia tesi di laurea su un grande padre del pensiero anarchico, Jean Jacques Rousseau, il mio professore mi raccomandò di non eccedere, appunto, in citazioni esemplari. Il senso di una frase, di un ragionamento, di una presa di posizione, va visto nel suo contesto, diceva. Giusto. Ma quando si legge: «Siamo vittime della pestilenza del ventesimo secolo. Questa volta non si tratta della Morte Nera, ma della Vita Grigia» (Aldous Huxley). Quando si legge una frase così, il contesto non c’è bisogno di esplicitarlo: è la nostra vita, il contesto. E le risposte stanno nelle scelte di vita dei libertari d’ogni epoca. Le conosciamo e impariamo ogni giorno a ri-conoscerle. Omissioni? Be’, qualcuno magari potrà osservare che tra gli autori citati da Sommariva, ne mancano alcuni. Eppure, mi tornavano alla mente, alcuni di questi apparenti esclusi, mentre leggevo gli inclusi. Per esempio Kropotkin quando in Memorie di un rivoluzionario racconta di una riunione clandestina dell’Internazionale in Svizzera. C’erano da discutere questioni vitali per il movimento europeo, ma arriva all’improvviso un compagno che ha un problema tutto suo: deve finire una traduzione entro il giorno dopo, altrimenti non lo pagano. Tutti gli illustri membri dell’Internazionale presenti, all’istante depongono le discussioni strategiche e si mettono a finire la traduzione del compagno, un capitolo a testa. Ci ho ripensato leggendo, sempre di Huxley: «Sono molto imbarazzato perché ho lavorato per quarant’anni, studiando di tutto, facendo esperienze, viaggiando per il mondo, e tutto quello che posso dirvi è soltanto di essere un po’ più gentili l’uno con l’altro». Mi sono anche tornati in mente i capitoli non romanzeschi e dunque non letti (in genere) di Guerra e Pace di Tolstoj. Eh sì, lo so che c’è chi storce il naso, anche tra i libertari, sul suo anarchismo pacifista ed evangelico, sul quale si ha ben diritto di nutrire delle perplessità. Però andatevi a rileggere i suoi sarcasmi sulle spiegazioni storiografiche delle cause delle guerre napoleoniche, delle sue vittorie e delle sue sconfitte. Non importa che Tolstoj non ci sia tra gli autori della raccolta. C’è lo stesso nelle parole degli altri. In modo implicito: «La guerra tra popoli e classi è stata sinora il principale strumento con cui l’uomo ha programmato e prodotto miseria» (Ivan Illich). Oppure in modo esplicito: «C’è un vecchio problema cui si è interessato anche Tolstoj, se la storia sia fatta da grandi individui o se la storia sia fatta da grandi inconsce spinte di movimenti economici e sociali che sono più grandi degli individui. Così Napoleone è semplicemente uno trasportato da questa onda invece di essere il leader» (Hakim Bey). Oppure in un modo spiazzante che ci mette tutti di fronte allo stato delle cose, o meglio alla riduzione a “cosa” dei rapporti umani: «Quelli che parlano di rivoluzione e di lotta di classe senza riferirsi esplicitamente alla vita quotidiana, senza comprendere ciò che c’è di sovversivo nell’amore e di positivo nel rifiuto delle costrizioni, costoro si riempiono la bocca di un cadavere» (Raoul Vaneigem). Quelle di Indispensabile sono pillole utilissime a rimettersi in forze.
Gianfranco Manfredi