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“Le verdi praterie” parla di qualcosa di cui ormai si è quasi del tutto persa la memoria; mi riferisco a persone e fatti che hanno animato soprattutto gli anni Cinquanta e Sessanta, ma anche quelli arrivati sulla loro scia. Le pagine di questo libro sconfiggono le leggi del tempo, dimostrano che possono trascorrere secoli nell’arco di pochi decenni. Nella manciata di lustri che ci separa dal periodo che fu definito “boom economico” e dalle speranze che animarono subito dopo generazioni di giovani e non, alcune cose sono morte (metodicamente uccise) e così ben sepolte da non ricordarcene più; stagioni in cui in Italia ci si occupava davvero di politica, con la gente che si appassionava realmente ai problemi del Paese – quindi, di tutti – persone con difficoltà ad arrivare a fine mese ma arricchite da idee da difendere e diffondere, e pazienza se il troppo ardore dava vita a manifesti di propaganda che arrivavano a rivolgersi agli elettori (in questo caso comunisti) con avvertimenti del tipo “Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no.” È salutare farsi accompagnare dall’autore a prendere una boccata d’aria in quegli anni: un po’ di ossigeno ci aiuterà a sopravvivere sotto l’attuale cappa (sempre più spessa) di rimbecillimento partitico-religioso.
Negli scorci di vita quotidiana raccontati da Gurrieri, ritroviamo le contrapposizioni di quel fare politica appassionatamente: Il giorno che feci la prima comunione e la cresima, dopo aver frequentato assiduamente il catechismo e i corsi preparatori, a papà non passò nemmeno per l’anticamera del cervello di venire in chiesa, e se ne andò in piazza a vendere “L’Unità”; io, mamma, col mio amico Angelo, ci recammo da soli alla cerimonia che doveva sancire la mia iniziazione alla vita nella Chiesa di Cristo; fra le tante altre cose, in questi scorci riviviamo anche le balbettanti educazioni cattoliche classiche di quegli anni, faticose da intendere, capaci solo di deludere: Una mattina presto verso il Sessantaquattro; era ancora buio, e suonarono alla porta; sentii vagamente nel sonno disturbato la concitazione dei momenti straordinari, e subito dopo il calare del silenzio. Capii che doveva essere accaduto qualcosa che aveva a che fare con nonna Nunziata; forse era morta. Per scongiurare questa evenienza, scesi dal letto, mi misi in ginocchio e recitai una infinità di “avemariapienadigraziepregapernoipeccatorieccetera”, e anche “padrenostrocheseineicielisiasantificatoiltuonomeeccetera”; erano parole imparate a memoria senza coscienza del loro significato, replicate a pappagallo, ma che mi avevano detto possedessero un potere enorme capace di far intercedere Dio nelle cose terrene ad esaudimento dei nostri desideri. Quando mi vennero ad avvisare che la nonna era morta davvero, capii che non servivano a nulla.
In queste verdi praterie incontriamo personaggi che sembrano tagliati con l’accetta come il Peppone e il Don Camillo del Guareschi, ma non c’è da stupirsi, all’epoca si era davvero così: rudi, incapaci di raffinate disquisizioni teoriche, ma immediati, genuini – sia da una parte che dall’altra, come si diceva all’ora. Immediatezza, genuinità e passione che, oggi, troppo raramente ritroviamo in chi frequenta un Partito (non importa quale, neanche se mascherato da Movimento) e una Chiesa (non importa quale, neanche se mascherata dall’ennesimo Papa-Buono): Per noi di famiglia comunista, il partito era più che un’organizzazione politica; era relazioni, comunità, amicizie, lavoro, passione, scuola, chiesa, passato, presente e futuro. Non era pensabile un frammento di vita cui il partito fosse assente. Ai matrimoni e ai battesimi, alle feste consacrate e a quelle sconsacrate, nel dolore e nella gioia: lutti, nascite, malattie, era sempre l’ambiente del partito a ritrovarsi, con i grandi che attaccavano subito bottone sui fatti della politica o sulle questioni cittadine, sui problemi interni, sulle relazioni con gli altri partiti, sul sindacato.
Nella premessa di questo libro che racconta la generazione degli anni Cinquanta e Sessanta e del suo precipitoso transito nel XXI secolo, l’autore è chiaro, scrive che quella che ci si appresta a leggere non è un’autobiografia e che non ha la pretesa di raccontare una storia, ma che si soffermerà sulle tante storie che possono diramarsi dall’albero di una vita. Credo che in quest’albero scorra una linfa particolare: la nostalgia, sentimento da non confondere con la tristezza che affligge il depresso. Erroneamente si crede la nostalgia capace di soffocare la nostra vita nel passato, tenerci in ostaggio, chiuderci la porta della vita; non è così, anzi, nella nostalgia c'è fame di vita, di quanta se n’è fermata su cose, luoghi, volti, profumi, suoni, immagini, e di questa ci si nutre continuamente, così come ci si alimenta quotidianamente con memorie ed emozioni, ingredienti positivamente influenzati dalla nostalgia. Di certo la nostalgia ci costringe a guardare indietro, ma senza l’obbligo di allontanarci dal presente o dal futuro; è un sentimento che fa da malta, aiuta a ricostruire la nostra storia collegando gli anni che furono con i giorni nostri e, generando una visione positiva del passato, aiuta a dare continuità e senso alla vita presente e da venire. Quante volte ha dato continuità e senso alla nostra vita un semplice oggetto, luogo, volto, profumo, suono o un’immagine? Ecco qualche altro esempio di quanta e quale vita Gurrieri ha scelto di raccogliere, raccontare, custodire.
Oggetti: I giornali servivano per mille usi in una casa, tra le altre cose, a sostituire l’inacquistabile carta igienica; Mia madre acquistava ogni tanto una bottiglietta di birra che usava per i capelli al posto della lacca, prodotto per quei tempi costosissimo.
Luoghi:via Ibla, per la sua pendenza, era anche lo scenario per gare di calacipiti (attrezzo a due o quattro ruote realizzato con assi di legno e cuscinetti a sfera) spesso finite male, con dita e ginocchia scorticate.
Volti: Una mattina si presenta in stazione un vecchio arzillo dalla chioma bianca prolungata dietro il collo e dai modi gentili e ossequiosi.
Profumi: Ricorderò sempre l’odore dei contadini, un forte concentrato di fieno, formaggio, ricotta, forse anche cacca di mucche; un odore che oggi è sparito dai loro abiti, forse anche dalle loro case, ma che allora era il loro biglietto da visita, l’abito invisibile che vestivano, e che noi abitanti della città sentivamo forte e chiaro. Chissà se anche tra loro se lo sentivano addosso.
Suoni: Grazie a Radio Tunisi mi appassionai dei cantautori e degli interpreti migliori della canzone transalpina: Brel, Ferrè, Brassens, Ferrat, Moustaki, Barbara, Greco, Reggiani, Aznavour, e tutti gli altri, affinando nettamente i miei gusti; A casa di Nuccio, per la prima volta, ascoltai un 45 giri del fratello maggiore Giovanni, dove si pronunciava addirittura la parola “puttana”; era di un cantautore italiano sconosciuto: Fabrizio De Andrè .
Immagini:Zia Giorgia la ricordo avvolta dalla testa ai piedi nel suo scialle nero, con perfino gli occhi nascosti dalla penombra, uscire di casa per recarsi a messa o a far surbizza, le faccende; Quando ero al buio, o se chiudevo gli occhi, rimanevo incantato dall’apparizione di tanti segnetti e puntini colorati in movimento, una sorta di allucinazione che poteva durare anche parecchi secondi .
Se terminato l’elenco avrete letto qualcosa che vi riguarda, non stupitevi: durante la lettura de “Le verdi praterie” è successo più volte anche a me, nonostante l’avere una decina d’anni meno dell’autore (classe 1955) e l’esser nato e cresciuto a mille chilometri di distanza dal suo “spicchio di quartiere”, in un posto dove anch’io – come Gurrieri – ho avuto la fortuna di avere intorno a me “un piccolo grande universo ad animare la vita e accompagnare noi bambini nella crescita”, “un microcosmo di umanità dove ognuno sapeva cosa accadeva nella casa dell’altro, e gli scambi, il mutuo appoggio, avvenivano in ogni campo; solidarietà tra povera gente”.
Comunque, visto che a volte fa star bene ritrovare in altri qualcosa che ci riguarda da vicino, chissà che questo libro, alla fine, non lo si scopra anche terapeutico.

Marco Sommariva

il cast della serie
Il cast della serie. Al centro, Marco Giallini

È lunedì 7 novembre quando, sul sito di Repubblica, leggo Rocco Schiavone, il vicequestore anarchico, è Giallini; il titolo fa riferimento alla serie Rocco Schiavone, in onda da mercoledì 9 novembre su RaiDue.
Silvia Fumarola che firma il pezzo, scrive che il vicequestore della Polizia – l'eroe dei libri di Antonio Manzini editi da Sellerio – è Anarchico, intelligente...; nello stesso articolo le dà manforte il protagonista della fiction, Marco Giallini, che dice: “Schiavone è a suo modo un anarchico...”.
Da sempre osservo e ascolto molto volentieri tutto quel che ha a che fare con l'anarchia, e un'occasione così ghiotta, oltretutto servita a domicilio, metto in conto di non perderla; è anche vero che difficilmente si resiste alla rivoluzionaria novità di un antieroe che indaga, cinico, spesso sgradevole, con una sete di giustizia che non combacia con la legge, e che – come dice il regista Michele Soavi – “... è protagonista di un western. Un cowboy senza pistola più infernale di un bandito e giudice supremo delle ingiustizie umane.”

E così, mercoledì 9 – roso dall'invidia per non esser mai stato capace d'inventare per i miei romanzi di poca cosa un personaggio così alternativo come il vicequestore Schiavone, segno indiscutibile di una scrittura libera e obiettiva – mi accomodo davanti alla TV in attesa che inizi la fiction, certo che block notes nuovo e lapis accuratamente appuntito posati sul tavolino accanto a me, dovranno fare gli straordinari: chissà quante cose interessanti trascriverò... non vedo l'ora.
Mentre la pubblicità scorre via, mi frulla per la testa la mail ricevuta l'altrieri dalla casa editrice Sellerio, soprattutto il passaggio “Un vicequestore nato e cresciuto a Trastevere, che (...) viene trasferito ad Aosta. Rocco Schiavone ha combinato qualcosa di grosso per meritare un esilio come questo. È un poliziotto corrotto, ama la bella vita. È violento (...) saccente, infedele, maleducato con le donne, cinico con tutto e chiunque (...)” e visto che la pubblicità continua, mi alzo, sfilo dalla libreria la mia vecchia copia sottolineata e piena di appunti de “L'anarchia. Il nostro programma” di Malatesta, la poso accanto al blocco e mi risiedo: e se il buon Errico avesse toppato?
Inizia la puntata.
Chissà quante cose interessanti trascriverò... non vedo l'ora.
Finisce la puntata.
Osservo block notes e punta della matita intonsi; dalla copertina del libro, noto che l'autore mi osserva con sguardo un filo stanco, ma benevolo e soddisfatto.
Mentre un nuovo carosello di pubblicità scorre via, mi frulla per la testa un'immagine: il vicequestore Schiavone colto da malore attivo che vola da una finestra del quarto piano della questura di Aosta; non ci fosse, potrebbe andar bene anche un piano più basso. Non vedo l'ora.

Marco Sommariva

Oscurità e qualcosa che m’insegue. Rane meccaniche? Devo scappare. Comincio a correre. Nel buio. Un porto e una barca nella notte. Nella cabina un uomo cerca di sintonizzare una radio. Gli chiedo aiuto. Questo si gira e mi sbraita addosso la sua canottiera unta. Poi mi manda a fanculo. Sento sbraitare sirene. Se sono quelle col lampeggiante blu che vadano a fanculo! Corro nell’oscurità e m’inciampo in un vecchio. Il vecchio suona un mandolino mentre Questo è uscito dalla barca. Intorno a lui rane meccaniche gli sbraitano addosso le nebbie del porto. Il vecchio mi dice di ascoltare. Il mandolino parla d’amore. Di lunghe strade dritte nel deserto. Di baci rettilinei. Di uomini e donne nelle curve. Un buon viaggio. Ma adesso basta. C’è qualcosa che m’insegue. E scappo dal vecchio. Cazzo m’insegue? Pendoli. Pendoli che marciano. Che cercano di sintonizzarsi sui miei passi. Il mare è già in onda. Da qualche parte sbuca un negro che trasmette pensieri reggae. Lui pensa in levare. Io me la batto. Mi faccio male e mi perdo. Un bambino mi indica la strada ma io non vedo nulla. Mi prendi per il culo? Mi prende a calci nel culo e mi sbatte in mezzo a una strada. Poi rutta fortissimo. Mi spavento e scappo col mare che mi gocciola a fianco. Lacrime d’amore. Finalmente le rivedo. Ne sentivo la mancanza. Rivedo lei sbucare tra la nebbia. Ha il sorriso di vent’anni fa. Perché non mi fermo? Cazzo ne so. Fuggo ancora. Al ritmo di un carillon. E m’inciampo nel poncho. Ma come cazzo sono vestito? Tolgo il poncho e lo appendo al letto. Sul letto senza materasso un ubriaco fuma l’ultima bottiglia. Accanto a lui un martello e pezzi di vetro. Salto il letto. Spicco il volo nel fumo e do una facciata contro un’arpa. Sotto di me una fabbrica. Uomini e donne curvi e grigi tutti in riga. Dio delle rane meccaniche non farmi precipitare! Tutti uomini grigi. A parte il negro. Atterro dall’altra parte del letto. L’ubriaco alza un dito medio e scoreggia. Io riprendo a correre. Ma all’indietro. L’ubriaco mi lancia il martello. Lo prendo al volo ed entro in un circo. Luci gialle accese sulla pista vuota. Un faro si spegne. Un grammofono si accende. Polvere che suona e passi che friggono. Qualcuno s’avvicina. Sento puzza di canottiera unta. E’ Questo. Mi precipito giù dalle scale. Davanti a me un tunnel di tela. In fondo al tunnel il vecchio che tossisce. Ha tuba frac e un coltello. E il mandolino? Tossisce e ride. Mi viene incontro. Mi attraversa. E’ solo un’ombra. Il vecchio è fuori che accoltella un pianoforte scordato. Devo ricordarmi di ringraziarlo. Per il viaggio di prima. Il vecchio urla come un ossesso. Di certo è fuori. Cancelli che si chiudono. Porte che si aprono. Cornamuse che entrano. Io esco dal circo. E fuori ancora il porto. Gru. E una nave che ulula. La nebbia inghiotte tutto poi rigurgita qualcosa. Rane meccaniche? Il negro rigurgita i suoi amori persi. Poi prova a baciarmi. Ma non voglio. Belin! gli puzza l’alito. Però balliamo un lento lunghissimo. Persino la luna ci spia. Ma non vede un cazzo. E allora piscia nella nebbia. Bagna l’ubriaco che s’incazza e alla fine ci vede. Sul molo 65 sbarca un esorcista. Al guinzaglio un pitbull. E quello stronzo di Questo. Il negro azzanna il pitbull. Io acchiappo Questo da dietro. L’esorcista acchiappa me e mi sodomizza. Non credo sia amore. Una chitarra elettrica prova a stuprarmi le orecchie. Io ci sto e godo come un pazzo. Laggiù in fondo i pendoli. Tutti in fila. Vengono verso di me. Sono davanti a me. Sopra di me l’arpa fa il verso al carillon. Poi la luna comincia a fischiettare una melodia e tutto si ferma. Quasi tutto si ferma. L’esorcista no lui continua a pompare. L’ubriaco piange e s’innamora della radio mal sintonizzata. Dalla radio sbuca un rullante. Il negro molla il pitbull riempie il rullante d'erba e se lo fuma. L’esorcista mi molla e sbriciola caccole col negro. Io corro via mentre la notte m’abbaia dietro. Il mare mi riconosce e riflette il saluto della luna. La nebbia mi corre al fianco. E pure sotto. Corro nella nebbia. I piedi annaspano. Le mani anche. Mi do da fare in questa schiuma grigia. Uomini grigi datevi da fare. Ci sono treni ovunque. Saliteci sopra o fateli deragliare. Corro ancora nella schiuma. All’orizzonte un’isola. Corro verso l’isola mentre sento il carillon. Sento pure male. Bastardo d’un esorcista! Mi piacerebbe correre in compagnia. Magari di una donna. Ma niente. Solo il ricordo quando va bene. E così corro solo. Ma che fatica. E’ tutta salita. Chi cazzo ha messo l’isola lassù in cima? Sarà stato l’esorcista. O quell’altra merda di Questo. E se l’isola fosse deserta? Sarà mica meglio correre tra il fumo delle fabbriche? Tra i cervelli andati in fumo? Mi fermo. Intorno a me silenzio. Oscurità. Oscurità silenzio e nulla che m’insegue. Dietro me una porta si chiude. Piano. Distante. Sono fermo. Immobile. Intorno silenzio e oscurità. Cazzo correvo a fare?

Cammino su una corda tesa. Tesa sopra un cortile. Sotto il sole. Nel sereno. Fra i panni stesi. E’ mattina? Ha importanza? Una persiana si apre. Cazzo fai lì sopra? Aspettavo un coglione che me lo domandasse. E tu? Faccio domande. Quando non devo rispondere agli imbecilli. Il coglione prende la corda in mano e la scrolla. Cazzo fai? Piantala che cado! Suona un cellulare. Entra. Meno male. Ora la corda scrolla meno. Tramonta il sole. Nel cortile canta una prostituta. Ha le cosce grosse ma ben fatte. Nel buio intona il suo richiamo. Nell’occhio di bue di un lampione. Luce improvvisa. Di nuovo mattina. O pomeriggio? Comunque chiaro. Uccellini intorno a me. Poi sulla corda. Non stanno fermi un attimo. Sono migliaia. Adesso fanno la ola. Cazzo fate? Piantatela che cado! Buio improvviso. Di nuovo sera. O notte? Comunque buio. Di nuovo la prostituta che canta. Seduta sul marciapiede. Gambe larghe. Anche la gonna che indossa è larga. E con uno spacco profondo. Scendi dai. Non faremo sesso. Faremo l’amore. Scendi dai. Non sei un acrobata. S’affaccia il coglione che fa domande. E no che non è un acrobata. E’ un imbecille. Come mai non fai domande? E cosa dovrei chiederti? Ecco. Ora ti riconosco. Non hai soldi per andare a puttane? Vuoi qualche spicciolo? Adesso non esagerare e rientra. E fatti i cazzi tuoi. Risuona un cellulare. Rientra. Nuovamente chiaro. Da qualche parte un treno a vapore. O almeno credo. Il vapore laggiù lo vedo. E’ una caffettiera. Che caffè sarà? Del mattino o del dopopranzo? Ha importanza? Profumi di caffè. E di ferrovia. Odore di viaggi da macinare. Nuovamente buio. Comincia a piovere. E io ancora su ‘sta corda tesa. La prostituta ha l’ombrello e suona il flauto con una mano. Sento il serpente che mi si rizza. Smette e m’implora di scendere. Sicuramente ha notato il serpente. Ora grandina. Sento il rumore sulle tegole. E sul cranio. Grandina forte. Fa male. Ora più piano. Però fa male lo stesso. Chiaro! S’affaccia di nuovo il coglione che fa domande. Vuoi scendere o no? Devo chiamare la polizia? Sento una sirena. Vedo avvicinarsi un cretino che urla. Ha un imbuto in bocca. Scendi immediatamente! Anzi no prima mostrami i documenti. Lentamente decollo avvitandomi su me stesso. Salgo oltre i tetti e guardo in basso. Smette di grandinare. Piove piano. Faccio il gesto dell’ombrello al cretino. Buio! Ridiscendo con calma sulla corda e ascolto l’oscurità. Quanto dolore. Bimbi che sognano i nostri babau. Donne che fuggono dai mariti. Mariti che fuggono nei cessi. Padri che fuggono nei letti delle figlie. Possibile? Madri che piangono la vita. Campanili che scandiscono l’arrivo della fine. Quanto piacere. Bimbi che sognano di rincorrere i nostri babau. Donne amate da un altro uomo. Mariti che escono dai cessi. Padri che parlano alle figlie di un mondo diverso. Possibile! Madri che abbracciano la vita. Bimbi che sognano di pisciare sui campanili. Bimbi che sognano d’aver raggiunto e coperto di sputi i nostri babau. Peccato suoni di nuovo il cellulare di quel coglione. Ti da fastidio il mio cellulare? Ho chiesto forse a te di rispondere? Niente da fare. Non riesce a non far domande. Continua il dolore. Continua il piacere. A quel piano lì il piacere. Il piano sopra il dolore. Il piano sotto anche. La prostituta si lamenta. Credo finga un malore. Speriamo torni presto il chiaro. Sparirebbero la prostituta e il suo lamento. Uno scoppio. Un’esplosione nella casa del coglione. Vibra tutto. Anche la corda. Cazzo combini in quella casa? Se non la pianti cado! Viene alla finestra col viso sfigurato. Mi è esploso il cellulare in faccia? E me lo domandi?! Potrei fare diversamente? Hai ragione. Pensi che morirò? Speriamo. Sai di essere un grandissimo stronzo? Oltre ad essere un imbecille. Ovviamente. Allunga una mano per afferrare la corda ma s’accascia sul parapetto. Le braccia fuori che penzolano. Il cretino con l’imbuto gli urla di tornare dentro. Torni in casa! Potrebbe essere pericoloso. Torni in casa immediatamente. Ha capito? Si muova! Torni dentro o sparo. Spara. Dovranno fargli due funerali. Uno glielo fa la prostituta. Suona il piano e canta una nenia. Gran bel funerale per un coglione. Vorrei scendere per farle i complimenti. Ma non so come fare. Luce! Tornano gli uccellini. Migliaia di uccellini. Mi sollevano e mi adagiano nel cortile. La prostituta è ancora lì. E’ un travestito. Col trucco degli occhi sciolto sulle guance. E le calze a rete. Glielo dico. Hai dedicato a quel coglione una bellissima nenia. Complimenti mamma. Mi sussurra grazie nell’orecchio e mi si rizza di nuovo. Torno a casa con lei. A braccetto. Lei zoppica e stringe a sé il suo bambino. Io penso a come sarà bello toccarla sull’ascensore. Intanto gli uccellini cinguettano felici. Migliaia di uccellini cantano sotto il sole. Sopra un cortile. Nel sereno. Fra i panni stesi. Migliaia di uccellini cinguettano al sole. E cagano felici sul coglione che non farà mai più domande. Ha importanza?

Un’auto lanciata nell’estate. Su un rettilineo. Coi finestrini aperti. E un mangianastri acceso. Un’auto piena di amici. Col vento nei capelli. E basette meravigliose. Ragazzi scalzi. Coi jeans consumati. Scampanati. A torso nudo. E a bagno nell’aria. E io nel mezzo. Non parliamo. Ma ridiamo. Perché? Cazzo ne so. Forse perché ci siamo. Stesso rettilineo. E stessa auto. Più lanciata di prima però. Più vento nei capelli. E basette spettinate. Ragazzi coi piedi dai finestrini. Coi jeans sbottonati. A zampa d’elefante. Coi capezzoli turgidi. E zuppi d’aria. E io sempre nel mezzo. Sull’auto danziamo. Con una bottiglia in mano. Balliamo la nostra danza. Dei capelli lunghi. Delle barbe lunghe. Del si sta bene così. In piedi sui sedili. Di una decappottabile. Un piede in aria. Ginocchio a prendere il tempo. Le braccia in alto. Equilibrio precario. Danziamo a chi cade prima. Non cadiamo neanche morti. Danziamo fino a sera. Con camice sottili. Jeans sudati. Piedi sporchi. E due bottiglie nelle mani. Balliamo la nostra danza. Di capelli e barbe molto lunghe. Che s’attorcigliano fra loro. E con quelle di chi ci sta accanto. Si sta bene attorcigliati cogli amici. Balliamo la nostra danza. Seduti sul tetto. Piedi che penzolano nella musica. Mani che tengono il ritmo. E anche al collo non scappa una volta. Viaggio indimenticabile. Fai che non finisca mai. Hai capito Testadicazzo? Ovunque tu sia. Fai che non finisca mai. A volte rallentiamo. Ogni tanto decidiamo di fermarci. Ma è solo per innamorarci. L’unica cosa che prendiamo in considerazione. A patto che poi si riparta. Tutti assieme. Sull’auto di prima. A noi piace innamorarci. Ci fosse qualcuno disposto a farsi innamorare. Peccato che la strada sia sempre deserta. Sono ovunque. A farsi belli. A riempire i congelatori. Meno che qua. Sul rettilineo. Peccato. Qua si ascoltano libri. Si camminano serate fresche. Ma loro niente. Perché? Perché non vengono sul rettilineo? Qua ci sono auto che passano. Piene di ragazzi. Che si vestono di pioggia. E che sorridono. Ragazzi che guardano fuori. E che scenderebbero. Ci fosse qualcuno disposto a farsi amare. Ma nessuno ne vuole sapere niente. Li trovi in vacanza all’estero. In coda alla cassa. Meno che sul rettilineo. Avranno paura. Avete paura? Ma di cosa? Sul rettilineo vi rilasserete. Vi disintossicherete. Basterà chiedere un passaggio a una delle auto che passano. Piene di ragazzi. Che danzano la musica della vita. Che bevono risate. E guardano lontano. Ragazzi che accarezzano il vento. Che baciano armoniche. E che farebbero l’amore. Ci fosse qualcuno col pollice teso. Da caricare. E invece nulla. Un pianeta popolato da monchi. Che raccolgono punti. Che si aggiustano la cravatta. Monchi di un mucchio di cose. Tronchi. Solo legna da ardere. Poi qualcuno di noi perde la pazienza. E svolta al primo incrocio. Poi dice chiudi il tetto. E chiudi pure i finestrini. E butta via ‘ste cazzo di bottiglie. Non vedi che il sole è tramontato? E succede che qualcuno di noi gli dà retta. E così finiamo tutti col guardare fuori. Ognuno in direzioni diverse. Cazzo guardiamo? Nulla. Però pensiamo. Pensiamo che è finita. Solo perché uno di noi non ce l’ha più fatta. E ha già un figlio. E un altro di noi lo vogliono sposare. Pensiamo che sta andando tutto a puttane. Persino il mangianastri adesso è guasto. Ma sentite che cazzo di caldo fa? No. Ma come no? Apri un finestrino dai. Ho detto no! Tanto ormai è notte. Ma io non respiro. Ed è pure buio. Non vedo orizzonti. Vedo solo quattro mura. E una cretina che strilla. Soffoco. Fermate l’auto. Non ci sto più in questo mezzo. Non mi respira il cervello. Fermate ‘sto cesso! Sto affogando nella merda. Vi ho detto di fermarla. Stronzi traditori! Niente? Allora apro non so che. E mi lancio fuori. Nel vuoto. Precipito per un po’. Poi volo. Porca troia! Lo sapevo che era possibile. Eccomi qua. Con la cloche in mano. Piloto un gabbiano sereno. Dentro una sfera di cristallo. Intorno a me puledri che ridono come pazzi. Criniere al vento che pettinano le nuvole. E’ così! Ci si aggiusta da soli. Non occorre nessuna Testadicazzo. Guardo fuori. Dall’alto. La macchina adesso è ferma. Gli amici sono scesi. Per un po’ mi cercano. Poi prendono strade diverse. La macchina la lasciano lì. In mezzo alla strada. In mezzo al rettilineo. Con le portiere aperte. Qualcuno la salirà? La guiderà? La danzerà? La riderà? Me lo auguro. E che nessun altro l’abbandoni un po’ più avanti. In attesa di altri. Che scenderanno. E che non si chiederanno il perché. Solo perché è fatica rispondersi. Eppure basterebbe poco. Basterebbe non svoltare. Oppure buttarsi fuori prima. Io l’ho fatto. E ora sto bene. Con le farfalle nei capelli. L’armonica in bocca. E scalzo nel vento. Continuo il mio volo. Su questo rettilineo di cielo. Pieno zeppo d’autostoppisti.

A Sestri Ponente ci sono nato, e non è un modo di dire. Mia madre mi ha partorito in casa, nella stanza dove adesso c’è la sala col televisore. A darle una mano c’erano l’ostetrica e mia zia Lina. Il mio primo urlo lo hanno sentito gli orti del Priano, quelli che in aprile pullulano di ottime fave.
A Sestri ci sono le mie radici e ve lo conferma una “ciappa” d’ardesia di via Biancheri: “U maina” era mio bisnonno.
Sono nato nel ’63 ma, a Sestri, nel ’50 già si pensava a me. Ci pensavano due ragazzi innamorati che ballavano all’Unione Sportiva, in viale Canepa. Il ragazzo abitava in via Vigna ed era cresciuto in piazza dei Micone, la “galante” viveva in piazza Maroncelli dal ’42, anno in cui dovette abbandonare l’appartamento di Quezzi lesionato dai bombardamenti. Si promisero eterno amore – come nei romanzi di poca cosa – e furono di parola: ancora oggi discutono quotidianamente.
A Sestri ci ho fatto a cazzotti. Quelli che abitavano dall’altra parte della chiesa, oggi carissimi amici, all’epoca erano insopportabili.
Sestri è la gita domenicale all’aeroporto Cristoforo Colombo di quando ero bambino, è il cinema Vittoria della prima volta che sono uscito senza genitori, è il primo bacio a labbra chiuse, le “vasche” in via Sestri e il primo amore.
Sestri è la prima partita di pallone che ricordo: scapoli contro ammogliati sul campo di via Chiaravagna; uno zio perse, uno vinse.
Sestri è la Resistenza di mio zio Beppe e del “suo” cantiere navale.
Sestri è la prima volta che ho visto gli acrobati; il circo Herasio portò le sue magie nell’area dell’ex corderia.
Sestri è la partita sul campo di Borzoli che s’allarga e s’allunga col passare degli anni; i miei, ovviamente.
Sestri è la Villa Rossi dove porto mio figlio a giocare.
Sestri è il mare visto dal Gazzo.
Sestri è così Sestri che, mentre i genovesi vanno in centro, noi “andiamo a Genova”.
Marco Sommariva