copertina

Lottavo romanzo


ROMANZO (2002)
Edizioni Sicilia Punto L

Prefazione di Haidi Gaggio Giuliani

Si legge di un fiato. O meglio: gli occhi corrono avanti, leggendo, ma la testa più lenta ti obbliga a ritornare alla frase o al capitolo che hai appena lasciato. O per lo meno: a me è successo così. Al contrario, ho deciso in fretta e senza ripensamenti che mi piace, questo amaro romanzo di lotta. Di lotta e di memoria, perché senza questa non può esistere seriamente neppure quella.
Pagina dopo pagina, legate le une alle altre come nella vita, si intrecciano, si accompagnano, si aggrovigliano le esperienze dell’autore a quelle vissute dagli amici, dalla famiglia: è un continuo andare e ritornare, e il viaggio provoca sofferenza.
Non ho uno straccio d’idea di ciò che devo essere, e questo mi dà l’idea di ciò che sono. Soffro, scrive Marco.
In realtà le figure del padre, del nonno, dello zio, perfino nelle difficoltà o nei vizi, appaiono come giganti, per come sono descritte e raccontate, in confronto ai personaggi del presente, agli amici sconfitti dall’esistenza. Ricordo un giorno di molti anni fa, più di quaranta: guardavo, insieme a un compagno in tutti i sensi più grande di me, un corteo di studenti. “Questa nostra bella gioventù”, disse lui con gli occhi che gli ridevano per la contentezza. Aveva ragione. Quei ragazzi e quelle ragazze esprimevano felicità: volontà di lotta e insieme gioia di vivere, allegria e consapevolezza. Dove sono finiti, mi domando mentre leggo Lottavo romanzo. Poi ricordo che allora non erano ancora state dichiarate molte guerre nei confronti dei giovani.
Tra le prime a cominciare c’è stata la guerra della droga. Sul fronte come nelle retrovie ne vengono sterminati tantissimi, spesso i più sensibili, non sempre i più fragili, in prevalenza maschi, di famiglia ricca e borghese come operaia. Le leggi approvate in Parlamento si accaniscono sempre più nei confronti di chi ne fa uso e degli spacciatori piccoli e piccolissimi, che diventano di conseguenza vittime privilegiate della repressione, delle squadre appositamente addestrate, e finiranno per intasare, insieme agli immigrati “colpevoli” di clandestinità, il sistema carcerario nazionale. Chi ha il compito di condurre la lotta alla droga in qualche caso si lascia sedurre dal profumo che questa emana, profumo di soldi, di grandi e facili guadagni. Un esempio per tutti. A Genova nel 2001 c’è, tra gli altri, il generale Giampaolo Ganzer, capo dei ROS (Reparti Operativi Speciali). Il generale ha condotto numerosi arresti di manifestanti, famoso quello dei teatranti austriaci “colpevoli” di essersi esibiti vestiti di nero. Gli uomini del generale inoltre compilano il dossier in base al quale vengono arrestati, inquisiti, intercettati gli attivisti della Rete del Sud ribelle, che verranno assolti definitivamente dal tribunale dopo anni di persecuzioni giudiziarie, tre gradi di giudizio e molte spese. Perché lo ricordo? Lo stesso generale, oggi in pensione, è stato condannato due anni fa in primo grado per traffico internazionale di stupefacenti.
I “tossici”, come vengono definiti con disprezzo da una opinione pubblica condizionata, o “i miei drogati di merda”, come li chiama con autentico amore don Gallo che ha dedicato a loro gran parte delle sue forze, costituiscono un notevole business per associazioni affaristiche celate sotto l’etichetta del no profit. Ma io sto esulando dal tema.
Parallelamente alla guerra della droga è iniziata la grande paura, l’infezione da Hiv. Già il “Mostro di Firenze” aveva raggelato i sani desideri dei giovani toscani, la diffusione dell’Aids mette paura a tutti e a tutte. La mia generazione si era appena liberata da un’educazione sessuofobica leggendo Reich (1), e non solo. La “peste del Millennio”, inizialmente considerata morbo dei gay e dei drogati, ha condizionato la vita affettiva e sociale delle generazioni seguenti. Le prime vittime naturalmente erano giovani. Oggi è diventata la malattia dei poveri del mondo, di quei Paesi cioè che non possono permettersi le nuove cure antiretrovirali, quelle cure che hanno iniziato a far diminuire costantemente il numero dei morti nell’emisfero del mondo privilegiato. Pare che per le case farmaceutiche non costituisca più un affare: la Svezia, l’Olanda e la Gran Bretagna hanno già iniziato a tagliare i fondi per la ricerca. Con l’inevitabile rischio di recrudescenza della malattia anche nei Paesi più sviluppati.
Facciamo dei lavori di merda per guadagnare il denaro che spenderemo per acquistare della merda di cui non abbiamo bisogno, prodotta da chi fa lavori di merda come il nostro, scrive Marco.
Con la guerra del mercato si è sviluppato enormemente il precariato, che ha colpito da subito i ragazzi e le ragazze per poi diffondersi senza riguardo all’età. Per la mia generazione e per quelle precedenti il lavoro era un valore, forse il valore più grande. A cominciare dagli anni Ottanta ai valori si sostituiscono gli interessi. Sono abbastanza vecchia per aver visto, lungo tutta la mia esistenza, il mercato crescere a dismisura. E’ il mercato ormai che regola le nostre vite, che impone i ritmi del dovere e dello svago; che deturpa le nostre città con cartelloni pubblicitari sempre più grandi e invasivi e luminosi; che si insinua nelle nostre case con la carta stampata e attraverso lo schermo televisivo; che decide quali scuole dobbiamo frequentare, quali film dobbiamo vedere e quali libri dobbiamo leggere.
Ha scritto Pino Cacucci in un libro che trenta autori, compreso Marco, hanno dedicato a Carlo Giuliani: “… Fidatevi del Mercato, adoratelo e Lui risolverà tutto, perché è come Dio: basta lasciarlo fare, seguirne il verbo, e regnerà la concordia. Abbiamo osato dire che era un inganno, abbiamo sfidato il nuovo Dio, e allora la rabbia e il disprezzo si sono trasformati in furore cieco, in violenza di parole e di piombo, pesanti le parole, pesanti i manganelli, pesante il fumo dei lacrimogeni, e infine il piombo in faccia, per chi come te ha avuto la dignità di alzare la testa. Avevi ragione, ma la ragione non era prevista: la testa doveva restare china davanti all’altare del nuovo Dio. Quello che produce corruzione, e quindi ricchezza per i farabutti…” (2).
La mia parte politica, la sinistra, ha responsabilità enormi in questo stato di cose. I padroni, che oggi si nascondono nei grandi gruppi finanziari, pensano come sempre solo ai propri interessi, sono allergici alla nostra Carta Costituzionale che parla di solidarietà, di pari opportunità, di progresso; che fonda la cosa pubblica sul lavoro. Ma noi, la sinistra, che cosa abbiamo fatto, che cosa abbiamo permesso che facessero in tutti questi anni?!
Qualcuno lo denunciava già da tempo, oggi è sotto gli occhi di tutte le persone che non si rifiutano di guardare: un governo complice sta scardinando materialmente i principi e le regole della nostra Costituzione, cancellando conquiste di civiltà del lavoro, distruggendo le garanzie del sistema previdenziale, legando le mani all’iniziativa pubblica con l’obbligo al pareggio di bilancio, ipotecando ogni futuro progresso sociale ed economico con la ratifica del famigerato fiscal compact.
L’uccisione di Guido Rossa mi fece crollare il mondo addosso. Era il mondo di un adolescente, d’accordo, ma era pur sempre il mio mondo, scrive Marco.
Sì, c’è stata anche la guerra del terrorismo. Quello fascista, che è stato anche l’autore delle grandi stragi, in cui come abbiamo saputo erano implicati carabinieri, servizi segreti, vari Uffici Affari Riservati del Viminale. E quello di sinistra, fino alle BR, anch’esse colluse alla fine con pezzi deviati dello Stato e criminalità organizzata. Non ho mai condiviso una lotta armata che non fosse di popolo: quando resta un fenomeno di pochi, o addirittura di pochissimi, non può sfuggire alla degradazione a terrorismo. Ho sempre condannato azioni che colpiscono singole persone invece di colpire un sistema. Penso che ciascuno debba fare i conti con la propria storia e anche con i propri errori. L’ho detto molte volte e lo ribadisco. Ho tuttavia il dovere di continuare a pormi delle domande, Ci sono domande che ti spellano la vita, come scrive Marco.
Perché hanno mandato contro noi, giovani sognatori di allora, le camionette di polizia e carabinieri che, anche allora, sparavano nelle piazze (le forze dell’ordine sono sempre state uno strumento del potere, che resta il principale responsabile della repressione). Hanno usato fascisti, servizi segreti, bombe. Hanno criminalizzato un’intera generazione. Hanno criminalizzato parole come comunismo, compagno, lotta di classe. Hanno confuso tutto, grandi ideali e tragici errori, generosità e bassi interessi. Su quella storia degli anni Settanta e Ottanta esiste solo una verità giudiziaria parziale, spesso contraddittoria: non c’è mai stata la volontà politica di fare chiarezza.
Intervistato da Stefano Tassinari, Erri De Luca dice: “Non ho un rapporto obbiettivo con quella violenza perché ci sono stato dentro, perché la ho conosciuta, la ho subita e la ho ammessa. La mia generazione ha ammesso il massimo di violenza possibile e dunque non ne ho un rapporto distaccato. In seguito alla violenza, fatta e subita, una quota della mia generazione è ancora trattenuta, sta ancora in fondo al sacco delle detenzioni penali del Novecento, per le lotte politiche del Novecento. Per me questa è una lesione che non si può ricucire se non quando questa generazione non sarà restituita al mittente, ossia a casa. Fino a quando questo non succederà non sarò lucido, apparterrò al deposito penale del Millenovecento”.
La fame non aiuta a ragionare, anche se aver patito la fame aiuta a capire molte più cose. Mi viene il magone a pensare a quante guerre ancora oggi sono sparse per il mondo, a quanta fame ancora oggi esiste e, spesso, neanche provocata direttamente da una guerra, scrive Marco.
Già, le persone muoiono a milioni ogni anno, di fame, di sete, di malattia: perché il cibo glielo hanno tolto da secoli con la monocoltura; l’acqua non gliela danno perché un pozzo costa come la paga settimanale di un soldato mandato ad ucciderle; le medicine non gli permettono di produrle senza licenza e con la licenza alcune costano come dieci anni del loro salario. Muoiono a milioni i bambini, ma c’è chi si preoccupa di difendere un embrione e impedisce la ricerca che potrebbe salvare delle vite già sbocciate. Che importa: quelle non sono rose, hanno solo antiestetiche spine. Muoiono esseri umani, a centinaia e migliaia, sotto le bombe democratiche sganciate da aerei che hanno i simboli e le bandiere della democrazia, o colpiti da armi totalitarie fornite a chi le impugna da fabbriche democratiche di paesi dei quali si esalta la democrazia.
Come schiavi, lavorano ogni giorno, dodici e più ore al giorno, per mezzo dollaro, e producono i nostri vestiti, le nostre borsette, le nostre scarpe, le nostre magliette, che quindi si vendono a meno che se le producessimo qui da noi, ma costano ancora meno e garantiscono margini enormi. Vengono a lavorare anche da noi, in nero ovviamente. Poco importa se clandestini, anzi meglio, così la schiavitù aumenta. Tanto chi inneggia alla legalità non comincia mai dalla testa, cioè da chi sfrutta, ma sempre dal fondo, da loro, dagli ultimi. E ce ne parlano, nei telegiornali o in quei dibattiti, spesso noiosi, o irritanti e scomposti, nei quali si duella sul nulla. Ci dicono: vedete, se non ci fosse il libero mercato, se non ci fosse la nostra democrazia, anche noi staremmo così male. Quindi difendiamo il mercato, difendiamo la democrazia.
Ci fanno vedere le donne velate, col burka. Volevano farci credere che adesso ce ne sono di meno ma dipende da chi le fotografa. Qui, per farci apprezzare la differenza, parlano delle quote rosa. Intanto mettono il burka anche a noi, negandoci il diritto alla memoria, confondendo perfino i partigiani con i repubblichini di Salò. Ci mettono il burka della “superiorità occidentale”, dell’”emergenza sicurezza”, della paura dell’altro, del “diverso”. Il burka dei falsi bisogni, con l’ansia per un lavoro che oggi c’è e domani chissà. Il burka di una scuola concepita come un’azienda, anziché come un laboratorio di cultura, dove figli e figlie, nipoti e nipotine devono competere, anziché crescere serenamente e formarsi ciascuno la propria personalità.
Il magone di cui parla Marco, anche quello fa parte della guerra. Dei tempi andati rimpiango tanto una certa allegria: quella di oggi non mi piace, è ostentata, è fasulla, è solo isteria malcelata, scrive.
Eppure una forza c’è, per resistere, per reagire: sta in quello spirito antifascista che permea tutto il libro. Sta nella memoria, che ci aiuta a guardare avanti.
A testa alta.

Haidi Gaggio Giuliani
https://it.wikipedia.org/wiki/Haidi_Giuliani

• Wilhelm Reich, "La rivoluzione sessuale" Feltrinelli, Milano 1972
• "Per sempre ragazzo" Marco Tropea editore, 2011

Recensione di Pino Bertelli

Il romanzo di Marco Sommariva (Lottavo romanzo) è una salutare lettura sulla giovinezza di una stagione all’inferno forse… quella dei ragazzi di un’infanzia interminabile, anche se difficile. I ragazzi poveri che hanno attraversato il secondo conflitto mondiale e da subito sono diventati uomini in grado di aiutare le famiglie (non importa in quale modo) ad affrontare un’esistenza cruda, sovente intollerabile. Insomma è la storia di quei ragazzi cresciuti nelle strade, liberi anche di fantasticare un divenire meno feroce ma non per questo inadatti a conoscere la libertà di gioire delle piccole cose e sognare di rovesciare un mondo ingiusto. Sommariva li descrive (in prima persona) con cruda verità: antifascisti, libertari, libertini. Figli di padri indocili, di memorie storiche intrise di sangue, di fame di verità e bisogno di amare e di essere amati. La miseria del dopoguerra è dipinta come una culla dolorosa, ma anche felice ed educativa, rimanda alla bella gioventù degli anni ’60, agli “anni di piombo”, alla società mercantilista a venire – che ha ingoiato la tempesta e lo slancio della generazione libertaria del ’68 –, passa nelle parole sentite dell’autore che si accordano con l’autobiografia della sua famiglia. L’anarchia di Sommariva è radicata, intreccia passaggi esistenziali ed emozioni forti, invita a un cammino in libertà e fa della dignità calpestata degli ultimi il diritto di respingere dappertutto l’infelicità. Le lotte che racconta sono le stesse che molti hanno dimenticato e l’invito alla rivoluzione dell’intelligenza svela il disagio a vivere quanto a fare dello stupore e della meraviglia i grimaldelli di una vita – più giusta e più umana – tutta intera da conquistare (i mezzi sono tutti buoni). Il libro si chiude o, meglio, si ri/apre con Lottava rima (una poesia/testo) del cantautore Alessio Lega, che riprende la rivolta sociale di Genova nel 2001 e si fonde con il narrato di Sommariva nell’indignazione contro la rapacità delle istituzioni… a conferma che la storia ufficiale non è che una sfilata di falsi assoluti, una successione di altari innalzati a pretesti utili alla domesticazione degli uomini. Lottavo romanzo dunque, non è solo un romanzo, ma una sorta di manifesto libertario contro morali, codici, dottrine che continuano a perpetuare la secolarizzazione delle lacrime. Ma la miseria, la repressione, lo sfruttamento non sono un destino e nemmeno un’eredità, sembra dire rabbiosamente Sommariva, sono condizioni imposte e vanno sconfitte. La libertà è una creazione dei nostri eccessi e delle nostre disobbedienze, e per la libertà, come per l’amore, anche il più estremo, non ci sono catene.
Pino Bertelli
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